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martedì 1 ottobre 2013

Cosa affermava Neruda?

Neruda, il corvo bianco, il gatto nero, Edizioni Seneca

 il nuovo libro di Pietro CORSI

Una storia che affonda le radici nell’emigrazione degli anni ‘50. Da una parte, c’è il racconto della memoria mai cancellata dalla mente del protagonista giramondo che torna a casa e, con amore, rivede il suo paese così com’era, riascoltando i passi della gente che non c’è più, i rumori della strada che non ci sono più; dall’altra, c’è il racconto della sofferenza causata dalla migrazione in molti degli esseri umani che l’hanno vissuta....

lunedì 7 novembre 2011

MOLISANI NEL MONDO

Convegno Molisani nel Mondo
Campobasso - Autunno, 1987


Avventure di molisani
nel Nuovo Mondo
Già altri prima di me hanno parlato molto bene, scientificamente direi, dell’emigrazione molisana dall’Ottocento ad oggi. E hanno spiegato come e perché dalle colline del Molise i nostri corregionali hanno sempre risalito i tratturi della memoria in cerca del mare. Nei miei anni giovani a Casacalenda io vedevo, con invidia ma anche con contentezza, i miei compaesani assediare il treno che si fermava fra due gallerie - una che portava a sud, l’altra al nord, - e quindi sparire nel tunnel, sempre quello del nord.

Ricordo un racconto di Giose Rimanelli che parla dei primi stormi di emigranti che si perdevano, come folaghe in autunno, nei campi arati del mondo. E un giorno di gelo verso la fine del ‘59 vidi lo stesso Rimanelli abbordare un aereo per le Americhe e non tornare più. Ognuno parte per un dolore ricevuto, o per una speranza da realizzare. Ma lasciare, verbo che implica "perdita", spesso nient’altro significa che morire, e solo per qualcuno - prescelto, forse predestinato - il miracolo di Lazzaro torna a riaccendere.




sabato 5 novembre 2011

CHIAPAS: IERI, OGGI


Mazatlán, Sinaloa, Messico. Gennaio, 1998. - Mi sono avventurato per la prima volta tra le foreste del Chiapas verso la metà del lontano 1961. In quei giorni di pazzie di gioventù, ero spinto dal desiderio di conoscere più a fondo la civiltà Maya che aveva popolato quelle millenarie foreste tropicali fino all'arrivo del conquistatore. Con me c'era Giose Rimanelli, che mi aveva raggiunto da New York per una vacanza al sole. La nostra guida era un giovane rivoluzionario, Jorge Olvera, studente di medicina presso l'Università Autonoma di Città del Messico. Dopo gli incidenti del 1968, che sconvolsero il cuore stesso della nazione, di lui ho perso ogni traccia. Se l'è portato via il vento? O è stato chiamato a versare il suo sangue sulla Piazza delle Tre Culture, come centinaia dei suoi coetanei? O deve essere considerarlo un semplice "desaparecido", come tutti quei giovani che vollero inutilmente lottare per un nuovo ordine, un nuovo Messico?

Non lo saprò mai. Mi ricordo però di lui oggi, perché lui mi ricorda il Chiapas di ieri.

domenica 20 giugno 2010

Il suono delle campane, short story di Pietro Corsi

Trascinandosi dietro la valigia a rotelle, il Viaggiatore si incamminò lungo la strada che dalla stazione ferroviaria portava al centro storico. Di quella strada conosceva ogni pietra, e delle mura delle case allineate sulla sinistra, come muraglia a protezione dell’abitato, conosceva ogni fessura.

Il suo sguardo andò a posarsi sull’orto, alla sua destra, tra la strada e la ferrovia. E notò, con tristezza, che quella fonte di vita era ora morta. Un giorno, quell’estensione di terreni ai piedi del paese era stata coperta di verde e di oro, dei colori più vivi e più belli della natura. Aveva rifornito ognuno degli abitanti del paese di frutta e di verdure: aglio e cipolla e spinaci, lattughe e cetrioli con i loro fusti vellutati, sedano e prezzemolo con le sue foglioline frastagliate e lobate, basilico, rosmarino, finocchio dolce dalle guaine carnose e bianche, scarola, cime di rape e frutti di stagione. E fiori, fiori di ogni colore per i vivi, crisantemi per i morti.

In quell’orto veniva coltivato di tutto e tutti vi accorrevano per le necessità giornaliere delle loro cucine e delle loro mense. Le donne ci si recavano di mattina presto, facevano la fila e aspettavano pazientemente, chiacchierando di questo e di quello, dei fatti di casa, spesso dei fatti della casa d’altri. Quando arrivava il loro turno chiedevano cosa c’è, cosa c’è. Gli ortolani erano sempre allegri, rispondevano cosa volete, cosa volete: perché tutto c’era, in quell’orto, bastava solo chiedere. Le donne chiedevano questo e chiedevano quello; i giardinieri annuivano, si allontanavano. Andavano a cogliere questo e quello, li mettevano nel grembiule delle massaie e delle serve dei signori. Riscuotevano il giusto prezzo e mettevano i quattrini nelle loro capienti sacche, oppure segnavano con un mozzicone di matita, su un pezzo di carta, il nome della cliente e l’ammontare dovuto, che veniva riscosso a fine mese o a fine anno, a seconda dei casi e della famiglia debitrice.

domenica 21 febbraio 2010

Come nasce un libro: SWEET BANANA

Come saprete, ogni libro, una volta pubblicato, ha un modo tutto proprio di mettersi in cammino nel tentativo di trovarsi una strada.
Ora vi racconto, per vostra curiosità personale, del cammino intrapreso da uno dei miei libri che una lettrice mi diceva di avere appena letto in treno: Sweet Banana, ovvero (in italiano), Un certo giro di luna.

Quando ho scoperto per la prima volta su internet il sito "Google", sono andato subito alla ricerca di... me stesso.
Ho trovato il Pietro Corsi di Firenze, il professore con il quale ci siamo scambiati qualche telefonata prima che diventasse direttore della Rivista dei Libri, ed ho trovato me con Winter in Montreal, con un mio vecchio libro di cucina, ed ho scoperto che "Sweet Banana" è finito tra i libri rari e, come tale, veniva venduto da una compagnia che non conosco (Ventura Pacific Ltd) per l'astronomica ed immeritata cifra di... $219.95 dollari.

Il libro tratta di un omosessuale che vive e lavora, da inserviente tutto-fare, in un bordello di Acapulco. E' nato così. Lavoravo sulle navi della Princess Cruises, nel 1968, ed eravamo un giorno ad Acapulco con la "Princess Italia", di bandiera italiana e in quei giorni di proprietà della Banca Nazionale del Lavoro. Ero il rappresentante del noleggiatore. Si presenta una bellissima e vistosissima ragazza all'ufficio informazioni, chiede di parlare con un "capo" e la mandano nel mio ufficio.

Si siede di fronte alla mia scrivania, incrocia le sue bellissime gambe e mi dice, senza esitare: "Sono una delle ragazze che lavora su, alla “Quinta". Quell'espressione, e il modo in cui vestiva, mi indicava che si trattava del più lussuoso bordello situato su una delle colline di Acapulco, con una magnifica vista su tutta quella splendida baia. C'ero stato anche io, qualche volta, con passeggeri che, sentendosi avventurosi, desideravano avventurarsi nel mondo del proibito. La ragazza mi dice che il suo "novio" era un cameriere della nave e si chiamava Dino. Per rispetto, lei non aveva mai accettato di andare a letto con nessuno dei ragazzi della nave. E tuttavia il giorno prima le si era presentato un ragazzo che da tempo la cercava, con insistenza, e con insistenza veniva da lei rifiutato. All'ennesimo rifiuto, quel ragazzo le disse che Dino era omosessuale e lei non poteva essere fedele ad un omosessuale. Malvolentieri, e per rabbia, accettò di andare a letto con lui. Ma ora sentiva un senso di colpa e voleva sapere, da me, se era vero che Dino era omosessuale.

Sapevo che Dino lo era. Tutti a bordo lo sapevano. Ma non me la sentivo di darle, così su due piedi, una risposta che l'avrebbe certamente ferita ed offesa. Le chiesi perciò: «Ma tu, dimmi, hai mai fatto l'amore con Dino?» Lei arrossì, prima di rispondere. Poi timidamente, con dolcezza ed abbassando la testa, come una scolarella sorpresa a fare quello che non avrebbe mai dovuto fare, disse: «Sì, certo!» Le chiesi, di rimando: «E, com'è stato?» E lei, tra una lacrima e un sorriso di compiacimento: «La cosa più bella della mia vita!»

A questa sua candida risposta, candidamente risposi: «Non ti basta sapere che è stata la cosa più bella della tua vita?»
Asciugandosi le lacrime, alzando la testa a guardarmi, sorpresa, la ragazza mi disse: «Lei ha ragione. Non ho bisogno di sapere altro.» Mi ringraziò, andò via.
Mandai a chiamare Dino, per un dolce rimprovero. Non ricevevo mai reclami dai passeggeri che avevano la fortuna di essere serviti da lui, gli dissi, ma ne avevo appena ricevuto uno molto serio. Anche Dino, come la ragazza prima di lui, arrossì. E mi chiese spiegazioni. Pronunciai il nome della ragazza e lui subito capì tutto. Incrociò le braccia sul petto, sempre rosso di vergogna, e mi disse: «Signor Corsi!... L'ho portata anche con me in Italia a conoscere mia madre, volevo che restasse con noi... ma a letto mi ha fatto sentire come una lesbica!»

Sentii subito la curiosità di mettere Dino, o comunque un ragazzo come lui, a lavorare in quel bordello, tra quelle splendide ragazze, e vedere cosa ne veniva fuori. Messo lì, Dino/Paco ha scritto da solo la sua storia. E cioè, è stato lui a guidare me, e non io a creare lui. Ne è venuto fuori il racconto dal titolo, "Sweet banana", perché tutti nel bordello si riferivano a Dino/Paco come "bananita dulce", dolce banana. In italiano abbiamo cambiato il titolo in "Un certo giro di luna", nato da un graffito scritto da Dino/Paco poco prima di morire di un male misterioso e, in quei giorni, ancora sconosciuto. Si trattava dell'AIDS che cominciava ad infierire.

Io lasciai la nave nel 1969, Dino continuò a fare il cameriere. Verso la metà degli anni '70, gli diedi una ben meritata promozione a Primo Cameriere, il passo che precede la posizione di Maitre d'Hotel. Nella seconda metà degli anni '80 è scomparso senza lasciar traccia. Qualcuno poi mi disse che era sbarcato dopo essersi reso conto di essere affetto da AIDS: non voleva essere di peso, e non voleva che nessuno lo sapesse. E' morto in una lavanderia di Milano, da lui gestita. Sweet Banana fu pubblicato nel 1984, prima che lui sbarcasse. Gliene regalai, con dedica, la prima copia. E lui lo apprezzò moltissimo, perché sapeva che era la "sua" storia. Ma non sapeva ancora che sarebbe morto della stessa malattia del Dino/Paco del racconto.
Prima o poi, dovrei ridargli vita.

Ecco la storia di Sweet Banana. Nello scritto c’è sempre un pezzo della vita del romanziere. Però, poi, spesso non si riesce a capire perché nascono vicende così strane. Voilà, c’est fait!
Pietro Corsi

sabato 20 febbraio 2010

PIETRO CORSI, scrittore e manager di succeso

di Barbara Bertolini
articolo pubblicato su Altromolise il 12 ottobre del 2002



E’ un letterato molisano-americano ma potrebbe essere il perfetto “ambasciatore” del made in Italy perché ne rispecchia appieno il profilo. Pietro Corsi, nato a Casacalenda, il paese dei letterati, emigrato nel 1959 in America, è stato innanzitutto un manager che ha saputo portare al mulino “Italia” tanta acqua. Infatti, divenuto dirigente di una compagnia crocieristica, la mitica Princess Cruises di Los Angeles, promosse la cucina italiana sostituendo tutti i cuochi in prevalenza cino-canadesi con cuochi italiani, convinto che fossero i soli a poter produrre menu internazionali degni di navi di lusso. La scelta di Corsi, inaugurò la tradizione italiana in quella compagnia. Sono migliaia attualmente i cuochi italiani che si sono succeduti da allora sulle sue navi. Ma non solo, grazie alla sua mediazione la società commissionò alla Fincantieri di Monfalcone due navi gemelle disegnate da Renzo Piano, la “Crow Princess” e la “Regal Princess” e successivamente tutta una nuova flotta ancora oggi in costruzione. Un colpo di fortuna in quel periodo gli arrivò inaspettatamente dalla soap opera “The Love Boat” che fu girata sulla Princess Cruises. Quel programma televisivo attirò, infatti, sulle sue navi migliaia di turisti desiderosi di rivivere le esperienze dei protagonisti di quella trasmissione di successo. E fu proprio il casacalendese Corsi a contribuire al successo della compagnia americana, divenuta una delle più grandi del mond

Ma torniamo indietro e analizziamo la vita di questo personaggio dai modi garbati, sensibile e intriso di “molisanità” fino alla radice dei capelli. Cresciuto nel retroterra umile e contadino affrontò grandi sacrifici prima di raggiungere una posizione di prestigio. Abbandonò, infatti, gli studi per lavorare come tirocinante presso notai. Intelligente e intraprendente, iniziò contemporaneamente una collaborazione con le pagine regionali dei quotidiani “Il Tempo”, “Il Messaggero”, “Paese Sera”. Si trasferì quindi a Roma dove aprì uno studio di dattilografia e traduzioni. Qui venne a contatto con il mondo del cinema e della radio che gli commissionarono le traduzioni dei copioni cinematografici. Collaborò poi con il paroliere napoletano Michele Galdieri alla creazione di diversi programmi radiofonici come il “Cantagiro d’Italia”, “Sorella Radio” che ottennero in quegli anni grande successo di pubblico.
Attività, comunque, che non bastava a farlo campare decentemente, per questo decise di raggiungere il fratello che lavorava in Canada.


A Montreal si mise subito in contatto con il giornale di lingua italiana “Il cittadino canadese”. Un suo racconto pubblicato a puntate e che narrava la storia di un povero emigrato molisano ottenne un gran successo. Questo racconto fu successivamente pubblicato dall’editore Nocera con il titolo La Giobba. Corsi, nonostante tutto, non si sentiva ancora pienamente soddisfatto della sua vita, anche perché fare il giornalista “etnico” non pagava molto e, in America, il prestigio è una questione di soldi: vali quanto guadagni!

E così, siamo alla fine del ’60, lasciò Montreal per New York dove trovò imbarco su una nave come commissario di bordo. Un mestiere che gli permetteva di viaggiare, di vedere nuovi mondi. E il paese dove approdò, quello che affascinò Pietro Corsi fu il Messico. Sarà anche una messicana a conquistare il suo cuore, una ragazza di Mazatlan, Elsa Gama Olmos, che sposerà e gli darà due figli. Il Messico ispirerà anche il suo secondo libro, Ritorno a Palenche.

Fu a questo punto che Corsi entrò a far parte della compagnia crocieristica e ne scalò il vertice fino alla carica di vicepresidente esecutivo. E poiché per lui tutto è business, da quest’esperienza trasse libri didattici e di cucina, perché il nostro, da buon italiano, di gastronomia se ne intende davvero.
Inoltre, in quel periodo pubblicò anche vari altri libri, tra cui: Lo sposo messicano; Amori tropicali di un naufrago; Sweet Banana; Il morbo dell’ozio.


Dal suo pensionamento vive tra l’America e il Molise dove, fino a pochi anni fa l’aspettava con trepidazione la vecchia madre. Per il suo ultimo romanzo si è ispirato ad un fatto di cronaca realmente accaduto a Casacalenda negli anni ‘50. Omicidio in un paese di cacciatori (edizioni Enne – prefazione di Sebastiano Martelli), ottiene un notevole successo di vendite. Ora Pietro Corsi sta completando il libro sul missionario Raffaele Piperni, originario del suo paese e che fondò la congregazione dei Salesiani in Messico e San Francisco. Un missionario molisano puro e duro che alla fine del secolo scorso, seguendo l’esempio di Don Bosco, con cui ebbe anche rapporti epistolari personali, riuscì a realizzare oratori e ad aiutare tanti italiani emigrati negli Stati Uniti

***°°°***
P.S.: di Barbara Bertolini:
Questo articolo uscì nel 2002. Nel frattempo il nostro scrittore ha pubblicato ben 4 volumi. Ma la cosa bella è che la Fincantieri continua a costruire navi per la Princess Cruises. Infatti nel 2010 sono state commissionate altre 2 navi dalla Carnival: saranno le più grandi mai costruite in Italia. E la Fincantieri (e la sua maestranza) non sa che una piccola candelina la dovrebbe accendere a San Pietro Corsi molisano di Los Angeles!

domenica 25 ottobre 2009

Come sono arrivato alla scrittura:

Mi sono interessato alla lettura quando, in prima media, al Caradonio-Di Blasio di Casacalenda, vinsi un concorsino indetto dalla professoressa (Sisetta Mancini) che riguardava, se ben ricordo, un tema in italiano. Per premio ricevetti un libro per me prezioso: I tre moschettieri!Poi però successe qualcosa. Andai a frequentare la seconda media alla statale di Larino. Il professore era Paolo (Paoluccio) Minni. Non credo che avesse simpatia per gli alunni della vicina Casacalenda, e certamente nutriva una spiccata antipatia per me. O almeno, così mi sembrava. Io ero un asino in latino, perché ero arrivato mentre loro, a Larino, erano molto più avanti di noialtri di Casacalenda. Non sono mai riuscito a raggiungerli, anzi facevo fatica a rimanere... indietro! Il professor Minni pensò bene di bocciarmi in latino con uno zero spaccato. Questo mi andava bene, lo sapevo. Ma siccome le sue materie erano anche italiano, storia e geografia, per buona misura decise di aggiungerci anche quelle. Ed anche se (a detta degli altri alunni), io potevo certamente essere considerato il migliore della classe in italiano e, forse, anche storia. Questo incidente causò il mio abbandono della scuola. Decisi, cioè, che la scuola non faceva per me. O che io non facessi per la scuola. Insomma, oggi posso riconoscerlo, ero incazzato e le incazzature giovanili sono sempre imprevedibili e pericolose. La preside, Vitiello, venuta a conoscenza dell'incidente, si preoccupò di farmi raggiungere dalla sua preghiera di presentarmi a settembre, per farmi giustizia. Non lo feci, non mi preparai e non mi presentai. Mi rinchiusi, invece, nella sede del circolo cattolico giovanile per tutta l'estate, e mi lessi tutti i libri della sua ben attrezzata biblioteca riclassificandoli, secondo un mio arbitrario giudizio, in un apposito inventario "ragionato". Ecco, questo maturò in me l'interesse per la lettura. Che continuò anche quando, qualche anno dopo, cominciai a lavorare presso lo studio del notaio Lalli, nel Palazzo Ducale. Passavano, per il paese, rappresentanti delle più grandi case editrici di quei giorni, Mondadori, Einaudi, Rizzoli, per presentare le loro novità editoriali presso la Libreria De Magistris (ora defunta). Io, che al contrario di altri giovanotti guadagnavo già qualche soldino, ero il miglior cliente. Ho ancora, nella mia casa di Casacalenda, molte di queste edizioni anni Cinquanta, ora bruciate dalla polvere. In quei giorni, chi voleva leggere e non poteva comprarle libri, li prendeva in prestito da Pietro Corsi. E quando andai via, li prendeva in prestito, dalla mia piccola libreria, avvicinando mia sorella Nuccia. C'è ancora oggi una signora romana, dottoressa, che giura, ogni volta che la incontro, di essere diventata una avida lettrice grazie alla mia collezione di libri. E, bontà sua, mi ringrazia ma io, per la verità, non mi ricordo neanche: erano in tanti, in quei giorni, ad avvicinarsi alla mia fonte libraria. Mentre lavoravo nello studio del notaio Lalli scoprii, sulla sua scrivania, un libro intitolato "Signora Ava", scritto da un guardiese, Francesco Jovine. Anche il Lalli era guardiese e, si diceva, era forse imparentato con Jovine. Cominciai a leggere anche quel libro, e presto me ne innamorai. Forse anche perché parlava di cose di casa.E tuttavia, la passione per la scrittura maturò soltanto anni dopo, quando mi trasferii a Roma, anche se, mentre ero ancora in Molise, scrivevo articoletti "dalla provincia" per le pagine regionali di Paese Sera, Il Tempo, Il Messaggero. A Roma ebbi la fortuna d’ incontrarmi con Giose Rimanelli e, tramite il mio studio di traduzioni e copisteria, con il paroliere napoletano Michele Galdieri. Con il Galdieri, cominciai a collaborare scrivendo programmi radiofonici. Era uomo di grande umanità, come ogni buon napoletano che si rispetti. Non lavorava mai senza che io fossi presente (infatti, smise di lavorare quando io lasciai Roma!). Gli dedicavo la tarda sera e le ore notturne, perché di giorno avevo i miei altri impegni. Questi includevano, anche, il mio aiuto all'amico fraterno Giose Rimanelli, in quei giorni alle prese con la stesura di Il mestiere del furbo, che aveva fretta di consegnare alle stampe. Era un libro complesso, cambiava di giorno in giorno e confessava l'inconfessabile. Io glielo battevo a macchina perché lui era troppo incazzato con il contenuto per concentrarsi anche sulla tastiera della macchina da scrivere. Solo dopo riuscii a capire il perché: quel perché che è, oggi, storia (anche se non ufficialmente riconosciuta) della letteratura italiana di quei giorni. Ecco, con questo bagaglio di esperienze alle spalle, qualche anno dopo arrivai in Canada, a Montreal. Siamo alla fine della primavera del 1959. Ricevo un'offerta di lavoro presso il settimanale in lingua italiana “Il Cittadino Canadese”. Su quel giornale comincio a pubblicare anche (così, tanto per riempire le sedici pagine settimanali) qualche "racconto". Primo fra tutti, Onofrio Annibalini: emigrante, che maturerà, poi, nel mio primo libro, La Giobba. Dopo” Il Cittadino” e la mia esperienza canadese, presi altre strade. Mai però dimenticando che scrivere era un mio dovere. Devo però a questo punto ammettere che se il mio bagaglio di avventure ha svegliato, in me, il mestiere di scrivere, di "narrare", non posso essere considerato un narratore di stampo intellettuale. Mi considero appena un... artigiano della narrazione. E questo però, mi va bene!